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Il Prof Salerni e la fine del basket a Firenze per presunzione

13 Ott

foto nicola 2

di Marco Massetani

Negli anni ruggenti del basket toscano, quando il Granducato dei canestri esigeva rispetto, c’era un ‘professore’ di pallacanestro laureato in lettere e filosofia, che allenava citando i classici greci e latini, e che in un lustro sarebbe riuscito a compiere un’impresa unica: portare in serie A due diverse ‘piazze’, prima la Firenze sponda Ponterosso (1982), poi l’Olimpia Pistoia (1987).

Il ‘professore’ si chiama Piernicola Salerni, oggi ha 81 anni portati con distinta lucidità, e vive il suo trentennale esilio (involontario) da Firenze come supervisore del settore giovanile della Giorgio Tesi Group. L’età dell’oro del basket toscano è finita: 10 squadre tra serie A maschile e femminile nel 1991, ne sono rimaste 3. “Fu un periodo particolare – racconta Salerni –C’èrano dirigenti ambiziosi e competenti, che avevano un rapporto speciale con gli allenatori. Penso a Menichetti e Varrasi a Firenze, a Ciccarelli a Siena, a Boris e Macchia a Livorno. C’era il senso della dimensione, un pizzico d’invidia per chi stava ai piani alti, vedi la Bologna di Porelli o la Cantù di Allievi, ma anche la consapevolezza che per arrivare a quei piani bisognava fare le scale, perché i soldi non si spendono bene con la fretta. La più grande soddisfazione è stata portare Firenze e Pistoia in serie A con i miei giocatori. A quei tempi non si compravano i titoli, adesso si usa commettere questo errore…”.

Dopo la rinascita seguita al fallimento del 1999, Pistoia la sua serie A l’ha riconquistata sul campo nel 2007, e da due anni staziona nella top-16 del basket italiano. Firenze non solo ha lasciato i grandi palcoscenici nel 1993 ma da pochi giorni ha dato l’addio anche alla B con la rinuncia al campionato da parte dell’Affrico. “A Pistoia il seme c’era, e lo hanno saputo annaffiare. – continua Salerni – Hanno ‘costruito’ negli anni giocatori divenuti simbolo di una città intera, in serie C la squadra aveva 1000 tifosi, che si accontentavano di bere questo caffè senza zucchero. A Firenze no, si pretendeva tutto e subito. Qualcuno ha commesso l’errore di sapere dove voleva arrivare senza sapere da dove partiva. Il basket in città è morto dopo l’era Pedini, un susseguirsi di personaggi che ragionavano solo con la propria testa. Bastagli con l’Everlast aveva grandi mezzi economici, ma poi sceglieva i giocatori che restavano simpatici al figlio. I progetti di Borsetti con la Pallacanestro Firenze e di Giotti con l’Affrico sono falliti perché nati da buona volontà e scarsa umiltà, persone sole e che da sole si sono fatte male, senza accettare consigli. Mi è venuto da ridere ho visto gettare via così tanti soldi per un allenatore come Caja senza un progetto dietro, senza guardare ai tecnici di casa, e mi chiedo come si possa scegliere di giocare in un Palasport deserto, con quei pochi tifosi che soffiano con le trombette senza che nessuno li senta…”

Mala tempora currunt. Il ‘professore’ indica la strada da seguire. “Non penso che Firenze abbia bisogno di un mecenate per risollevarsi- conclude Salerni – e non credo proprio che la famiglia Della Valle, che non ha aiutato Montegranaro, possa mai investire nel basket gigliato. Vedo semmai un sistema maieutico, che nasce da dentro, con le istituzioni pubbliche non più suggeritrici bensì esecutrici, con un pool di imprenditori locali di diversi settori capaci di aggregarsi, di dialogare con lo staff tecnico e i giocatori locali, di fare gruppo, di dedicare finalmente attenzioni al settore giovanile. E poi dico a Firenze di ripartire dal basso, di guadagnarsi sul campo almeno una promozione. I giocatori quando vincono un campionato è come se acquisissero una cittadinanza onoraria, diventano bandiere, come lo sono divenute Toppo e Galanda a Pistoia. Da quanto tempo Firenze non vince un campionato di basket?”

Corriere Fiorentino, 13 ottobre 2014

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